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ANSIA E STRESS

Disturbi psicosomatici: quando il corpo esprime una difficoltà

“Il corpo non è separato da ciò che viviamo: partecipa alla nostra esperienza”
Donna con un disturbo fisico durante un momento di tensione

Mal di testa, disturbi gastrointestinali, tensioni muscolari, palpitazioni, stanchezza, sensazioni di oppressione o altri sintomi fisici possono comparire o intensificarsi nei periodi di maggiore stress, preoccupazione o difficoltà.

Quando gli accertamenti medici non individuano una causa sufficiente a spiegare ciò che si prova, oppure quando i sintomi sembrano variare insieme alle situazioni che si stanno vivendo, può nascere il dubbio che il problema sia “psicosomatico”.

Questa parola, però, può essere facilmente fraintesa.

Dire che un disturbo ha una componente psicologica non significa che il sintomo sia immaginario, inventato o meno reale. Il dolore è dolore, la nausea è nausea, la tensione muscolare è tensione muscolare, indipendentemente dai processi che contribuiscono a produrli o mantenerli.

Allo stesso tempo, parlare di disturbi psicosomatici non dovrebbe significare dividere la persona in due parti, una fisica e una psicologica, chiedendosi quale delle due sia la vera origine del problema.

Corpo, emozioni, significati, comportamenti e situazioni di vita fanno parte della stessa esperienza e possono influenzarsi reciprocamente.


Che cosa significa

“

psicosomatico

”

?


Il termine psicosomatico viene comunemente utilizzato per indicare sintomi fisici nei quali i processi psicologici e lo stress possono avere un ruolo importante.

Oggi, tuttavia, è preferibile utilizzarlo con una certa cautela. Non esiste infatti una semplice categoria nella quale collocare tutti i sintomi fisici che non hanno trovato una spiegazione medica.

In alcuni casi è presente una condizione organica sulla quale stress e stato emotivo possono esercitare un'influenza. In altri i sintomi sono persistenti o ricorrenti, ma gli esami non individuano alterazioni sufficienti a spiegarne pienamente l'intensità. In altri ancora il problema principale diventa la forte preoccupazione suscitata dai sintomi e tutto ciò che la persona comincia a fare per controllarli.

Situazioni diverse richiedono quindi spiegazioni diverse.

Per questo “è psicosomatico” non dovrebbe essere il punto di arrivo della comprensione, ma eventualmente l'inizio di una domanda: che cosa sta accadendo a questa persona e che cosa contribuisce a mantenere il problema?


Il sintomo è reale anche quando gli esami sono negativi


Una delle esperienze più frustranti è continuare a stare male e sentirsi dire:

“Gli esami sono tutti a posto.”

Da una parte è rassicurante sapere che non sono state individuate determinate patologie. Dall'altra rimane un problema molto concreto:

“Allora perché continuo a sentirmi così?”

Il rischio è trasformare l'assenza di una spiegazione organica evidente nella conclusione che il sintomo non esista.

Ma non trovare una causa attraverso determinati accertamenti non significa che la persona non stia realmente sperimentando quel sintomo.

Un dolore può essere reale senza che sia possibile ricondurlo a una lesione chiaramente identificabile. Una sensazione di oppressione può essere reale anche quando gli accertamenti cardiologici non evidenziano una patologia cardiaca. Lo stesso vale per molti altri sintomi.

La distinzione tra “fisico” e “psicologico” rischia quindi di diventare una falsa alternativa.


Il corpo cambia insieme a ciò che viviamo


Basta pensare a esperienze quotidiane per accorgersi di quanto il corpo partecipi a ciò che stiamo vivendo.

Prima di una situazione importante il cuore può accelerare. Durante un periodo di tensione possiamo irrigidire continuamente alcuni muscoli. Una preoccupazione può modificare il sonno, l'appetito o il funzionamento intestinale. Una situazione percepita come minacciosa può cambiare la respirazione.

Non decidiamo volontariamente che tutto questo accada.

Il nostro organismo modifica continuamente il proprio funzionamento in relazione alle situazioni che affrontiamo.

Se però una condizione di allerta, tensione o sovraccarico si prolunga, alcune reazioni possono diventare persistenti e contribuire alla comparsa o al mantenimento di disturbi fisici.

Questo non significa che “lo stress causa qualsiasi malattia”. Significa piuttosto riconoscere che, per alcuni problemi, ciò che una persona sta vivendo può rappresentare uno dei fattori che influenzano ciò che accade nel corpo.


Quando il sintomo diventa il centro dell'attenzione


Una volta comparso un sintomo, può iniziare un secondo processo.

Immaginiamo una persona che avverta frequentemente una sensazione di tensione allo stomaco.

All'inizio può farci poco caso. Se però la sensazione persiste, comincia comprensibilmente a osservarla:

“C'è ancora?”

“È più forte di ieri?”

“Perché succede proprio adesso?”

L'attenzione verso il corpo aumenta e sensazioni che prima sarebbero passate inosservate diventano più facilmente percepibili.

A quel punto il sintomo può suscitare preoccupazione e la preoccupazione può, a sua volta, modificare ulteriormente l'esperienza corporea.

Può così instaurarsi una circolarità:

sensazione fisica → attenzione al sintomo → preoccupazione → aumento della tensione e dell'attivazione → maggiore percezione del sintomo → nuova preoccupazione.

Non significa che la persona stia producendo volontariamente il sintomo.

Significa che una sensazione reale può entrare in un processo che progressivamente la rende più presente, significativa e difficile da ignorare.


Cercare di controllare continuamente il sintomo può mantenerlo al centro


Quando qualcosa nel corpo ci preoccupa, è naturale cercare di capire che cosa stia succedendo.

Il problema può nascere quando il controllo diventa continuo.

Ci si osserva, si confronta il sintomo con il giorno precedente, si cerca di capire quali attività lo aumentino, si modificano continuamente alimentazione o abitudini, si cercano informazioni online oppure si chiede agli altri se abbiano avuto esperienze simili.

Questi tentativi possono dare momentaneamente la sensazione di fare qualcosa per risolvere il problema.

Ma possono anche avere un effetto paradossale: più cerco di capire in ogni momento se il sintomo sia presente, più il sintomo rimane al centro della mia attenzione.

In alcuni casi si può arrivare a organizzare una parte crescente della giornata intorno al corpo e alle sue sensazioni.

A quel punto il problema non riguarda più soltanto ciò che si sente, ma anche tutto ciò che si è cominciato a fare per non sentirlo, controllarlo o prevenirlo.


Quando si comincia a evitare


Anche l'evitamento può progressivamente restringere la vita.

Una persona può rinunciare a un'attività fisica perché teme che aumenti le palpitazioni, evitare determinati luoghi per paura di sentirsi male, ridurre gli impegni perché teme di non avere abbastanza energie oppure modificare sempre più la propria quotidianità in funzione dei sintomi.

Nell'immediato questa strategia può sembrare efficace.

Se evito ciò che temo possa farmi stare male, mi sento più tranquillo.

Ma proprio il sollievo ottenuto può rafforzare l'idea che quell'attività fosse realmente difficile da affrontare.

Può instaurarsi un circolo vizioso:

sintomo → paura di stare peggio → evitamento → sollievo → maggiore convinzione di essere vulnerabili → nuovo evitamento.

Progressivamente la persona può sentirsi sempre meno libera, anche quando l'intenzione iniziale era semplicemente quella di prendersi cura di sé.


Non tutto deve essere spiegato dal sintomo


A volte un sintomo fisico compare o peggiora durante un periodo particolarmente difficile: un cambiamento, una perdita, un conflitto, nuove responsabilità o una fase di forte incertezza.

In altri casi, invece, non emerge alcun collegamento evidente.

È importante non forzare una spiegazione.

Cercare necessariamente “il problema psicologico nascosto dietro il sintomo” può essere semplicistico quanto considerare soltanto gli aspetti organici.

Può essere più utile chiedersi quando compare il sintomo, che cosa accade quando compare, quale significato assume per la persona e che cosa cambia nella sua vita a causa di esso.

A volte questo permette di individuare collegamenti significativi. Altre volte permette soprattutto di comprendere meglio i processi attraverso i quali il problema continua a mantenersi.


Prima di tutto, non trascurare gli aspetti medici


Quando compaiono sintomi fisici nuovi, persistenti, intensi o inspiegabili, è importante che vengano adeguatamente valutati dal punto di vista medico.

Un intervento psicologico non dovrebbe sostituire gli accertamenti medici necessari né partire dal presupposto che un sintomo sia psicologico.

Allo stesso tempo, una valutazione medica e una comprensione psicologica non sono necessariamente alternative.

Una persona può avere una patologia organica e contemporaneamente vivere preoccupazione, tensione o comportamenti che influenzano il modo in cui il problema viene percepito e affrontato.

In alcune situazioni, quindi, può essere utile che prospettive diverse collaborino invece di contendersi la spiegazione del sintomo.


Quando può essere utile un percorso psicologico


Un percorso psicologico può essere utile quando i sintomi sembrano legati a periodi di stress o difficoltà, quando la preoccupazione per il corpo occupa molto spazio oppure quando controlli, evitamenti e tentativi di stare meglio finiscono paradossalmente per mantenere il problema.

Il lavoro non consiste semplicemente nel convincersi che “è tutto nella testa”.

Può significare comprendere come il sintomo si inserisce nell'esperienza della persona, quali situazioni lo accompagnano, quale significato gli viene attribuito e quali tentativi vengono messi in atto per controllarlo.

In alcuni casi sarà importante ridurre l'attenzione continua verso il corpo. In altri lavorare sull'evitamento. In altri ancora comprendere il rapporto tra i sintomi e un particolare momento della propria vita.

Non esiste quindi una spiegazione valida per tutti.

L'obiettivo è uscire dall'alternativa “o è fisico o è psicologico” e costruire una comprensione più ampia di ciò che sta accadendo.

Il corpo non è qualcosa di separato dalla nostra esperienza: è uno dei modi attraverso cui viviamo ciò che ci accade. Comprendere un sintomo significa allora non chiedersi soltanto da dove provenga, ma anche che posto abbia assunto nella vita della persona e che cosa contribuisca a mantenerlo.

 

"Comprendere un sintomo fisico significa andare oltre la contrapposizione tra corpo e mente e osservare come sensazioni, significati, comportamenti e ciò che stiamo vivendo possano influenzarsi reciprocamente".
Dr. Roberto Gava
Psicologo psicoterapeuta
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