Preoccuparsi fa parte della vita.
Prima di un esame possiamo pensare a ciò che potrebbe andare storto, quando una persona cara è in ritardo possiamo temere che le sia successo qualcosa, di fronte a una decisione importante possiamo immaginare conseguenze diverse e cercare di prepararci.
La preoccupazione, entro certi limiti, può essere utile: ci permette di anticipare possibili difficoltà e di organizzarci per affrontarle.
Ma cosa accade quando questa attività non riesce più a fermarsi?
Nel disturbo d’ansia generalizzato la mente sembra continuamente proiettata verso ciò che potrebbe accadere: il lavoro, la salute, i figli, il denaro, gli impegni quotidiani, le relazioni, gli errori che potremmo commettere.
Risolto un problema, ne compare un altro. O semplicemente compare un nuovo “E se...?”.
La preoccupazione può così trasformarsi da strumento per affrontare i problemi in un tentativo continuo di prevedere un futuro che non può essere completamente previsto.
Il disturbo d’ansia generalizzato è caratterizzato da ansia e preoccupazioni persistenti ed eccessive riguardo a diversi ambiti della vita quotidiana.
A differenza di altre forme di ansia, la paura non riguarda necessariamente una situazione specifica.
Una persona con una fobia può temere soprattutto di volare, prendere un ascensore o trovarsi in mezzo agli animali. Chi soffre di ansia per la salute può essere assorbito dalla possibilità di avere una malattia.
Nel disturbo d’ansia generalizzato, invece, l’oggetto della preoccupazione tende a cambiare.
Oggi può essere il lavoro:
“E se commettessi un errore?”
Domani un figlio:
“E se gli succedesse qualcosa?”
Poi il denaro:
“E se in futuro non fosse sufficiente?”
Oppure la salute, una decisione da prendere, un appuntamento, una scadenza o qualcosa che ancora non è accaduto.
Ciò che accomuna queste preoccupazioni non è quindi necessariamente il loro contenuto, ma la difficoltà a lasciare aperta la possibilità che qualcosa possa andare diversamente da come vorremmo.
Di fronte all’incertezza, preoccuparsi può dare l’impressione di fare qualcosa.
Pensare a tutte le possibilità sembra permettere di arrivare preparati.
“Se considero tutto ciò che potrebbe succedere, forse riuscirò a evitare brutte sorprese.”
“Se continuo a pensarci, prima o poi troverò la soluzione.”
“Se prevedo il problema in anticipo, saprò come affrontarlo.”
La preoccupazione può quindi assumere una funzione protettiva.
Non è semplicemente qualcosa che capita alla persona: può diventare il modo attraverso cui cerca di non farsi trovare impreparata dalla vita.
Il problema è che il futuro contiene sempre qualcosa che non possiamo prevedere.
Per ogni possibilità considerata, infatti, è possibile immaginarne un’altra.
Ed è qui che la preoccupazione rischia di non avere più un punto di arrivo.
Immaginiamo una persona che debba affrontare una riunione importante il giorno successivo.
Pensa:
“E se mi facessero una domanda alla quale non so rispondere?”
Prova a preparare una risposta.
Poi arriva un altro pensiero:
“E se mi agitassi e non riuscissi a spiegarmi bene?”
Prova a immaginare anche questa possibilità.
Ma subito dopo:
“E se gli altri si accorgessero che sono in difficoltà?”
E poi ancora:
“E se questo cambiasse il giudizio che hanno di me?”
Ogni risposta sembra chiudere una possibilità, ma ne apre immediatamente un’altra.
La mente tenta di raggiungere la sicurezza esplorando in anticipo tutti i possibili pericoli, ma proprio questa ricerca può moltiplicare le ragioni per preoccuparsi.
Si può così instaurare un circolo vizioso:
incertezza → preoccupazione → ricerca di possibili problemi e soluzioni → momentanea sensazione di controllo → nuovo dubbio → nuova preoccupazione.
Ciò che inizialmente serve a sentirsi più preparati può diventare uno dei principali processi di mantenimento dell’ansia.
Preoccuparsi e affrontare un problema possono sembrare la stessa cosa, ma non sempre lo sono.
Se domani devo prendere un treno, verificare l’orario e organizzare il viaggio mi permette di compiere un’azione concreta.
Se dopo averlo fatto continuo a chiedermi:
“E se ci fosse traffico?”
“E se il treno venisse cancellato?”
“E se perdessi la coincidenza?”
“E se il telefono si scaricasse proprio quando ne ho bisogno?”
non sto necessariamente risolvendo nuovi problemi.
Sto cercando di eliminare in anticipo ogni possibile imprevisto.
Una domanda utile può allora essere:
“C’è qualcosa che posso fare adesso oppure sto cercando di ottenere una certezza sul futuro?”
Nel primo caso, la preoccupazione può portare a un’azione.
Nel secondo, può trasformarsi in una ricerca senza fine.
Quando l’incertezza viene vissuta come particolarmente difficile, anche le situazioni quotidiane possono richiedere molto controllo.
Una persona può prepararsi eccessivamente prima di un impegno, ricontrollare più volte ciò che ha fatto, chiedere frequentemente conferme, pianificare ogni dettaglio o rimuginare a lungo prima di prendere una decisione.
Può cercare di avere sempre un piano alternativo:
“Se succede questo, farò così. Ma se invece succede quello?”
Questi comportamenti possono dare sollievo.
Per qualche momento si ha la sensazione di aver rimesso ordine nel futuro.
Ma proprio il sollievo può rafforzare l’idea che senza quel controllo non saremmo stati in grado di affrontare ciò che sarebbe potuto accadere.
La volta successiva il bisogno di prepararsi, prevedere o controllare può diventare ancora più forte.
Quando non riusciamo a trovare da soli una risposta sufficientemente sicura, possiamo cercarla negli altri.
“Secondo te andrà bene?”
“Pensi che abbia fatto la cosa giusta?”
“Se fosse successo qualcosa mi avrebbero già chiamato, vero?”
“Tu al mio posto ti preoccuperesti?”
Ricevere una rassicurazione può ridurre rapidamente l’ansia.
Ma se ogni dubbio richiede una conferma esterna per poter essere lasciato andare, la rassicurazione può entrare nella stessa circolarità:
dubbio → richiesta di rassicurazione → sollievo → nuovo dubbio → nuova rassicurazione.
Il problema non è chiedere un parere agli altri. Tutti lo facciamo.
Diventa importante capire se quel confronto ci aiuta a prendere una decisione oppure serve soprattutto a far scomparire temporaneamente l’incertezza.
Preoccuparsi continuamente non coinvolge soltanto i pensieri.
Se la mente continua ad anticipare possibili problemi, anche il corpo può rimanere in uno stato di tensione.
Possono comparire irrequietezza, tensione muscolare, stanchezza, difficoltà a concentrarsi, irritabilità e disturbi del sonno.
La sera, proprio quando gli impegni diminuiscono e sarebbe il momento di riposare, la mente può ricominciare:
“Domani devo ricordarmi...”
“Non ho pensato a...”
“E se succedesse...”
Il corpo è a letto, ma una parte della persona sembra ancora impegnata a sorvegliare il giorno successivo.
E la stanchezza che ne deriva può rendere più difficile affrontare gli impegni, aumentando ulteriormente la sensazione di essere sotto pressione.
Lasciare andare la preoccupazione non è sempre facile proprio perché preoccuparsi può sembrare utile.
Alcune persone hanno l’impressione che smettere significhi diventare superficiali, irresponsabili o impreparate.
Può esserci la sensazione che:
“Se mi preoccupo, almeno sono pronto.”
Oppure:
“Se smetto di pensarci e poi succede qualcosa, me ne pentirò.”
In questo senso la preoccupazione può assomigliare a una forma di vigilanza: finché continuo a pensare ai possibili pericoli, ho la sensazione di non abbassare la guardia.
Ma vivere costantemente preparandosi a ciò che potrebbe accadere ha un prezzo.
Si può finire per trascorrere gran parte del presente cercando di rendere sicuro il futuro.
Essere prudenti, organizzarsi e pensare alle conseguenze delle proprie decisioni non sono problemi da eliminare.
La questione non è diventare persone che non si preoccupano mai.
Diventa importante osservare quanto spazio la preoccupazione occupa nella propria vita e quale funzione svolge.
Mi sto preparando a qualcosa che posso realmente affrontare?
Oppure sto cercando di prevedere tutte le possibilità prima di sentirmi abbastanza tranquillo?
Riesco a prendere una decisione anche senza essere completamente certo?
Oppure continuo a pensarci perché temo che possa esistere una possibilità che non ho considerato?
Quando abbiamo bisogno di sentirci sicuri prima di poter andare avanti, la ricerca della sicurezza può diventare proprio ciò che ci impedisce di andare avanti.
Quando l’ansia e le preoccupazioni diventano persistenti e interferiscono con la vita quotidiana, un percorso psicologico può aiutare a comprendere che cosa le mantiene.
L’obiettivo non è semplicemente imparare a “non pensare” o convincersi che tutto andrà bene.
Nessuno può sapere che tutto andrà bene.
Cercare di sostituire ogni preoccupazione con una rassicurazione rischierebbe anzi di mantenere la stessa logica: compare un dubbio e abbiamo bisogno di trovare qualcosa che lo faccia scomparire.
Il lavoro può riguardare invece il modo in cui la persona vive l’incertezza, ciò che anticipa quando qualcosa non è sotto il suo controllo e i tentativi che mette in atto per ritrovare sicurezza.
Può significare imparare a distinguere i problemi sui quali possiamo intervenire da quelli che esistono soltanto come possibilità future, ridurre gradualmente controlli e rassicurazioni quando diventano necessari per sentirsi al sicuro e sperimentare che non avere previsto tutto non significa essere incapaci di affrontare ciò che accadrà.
È un passaggio importante: dalla necessità di sentirsi preparati a ogni eventualità alla possibilità di scoprire di poter affrontare anche qualcosa che non avevamo previsto.
Non possiamo rendere certo il futuro. Possiamo però diventare più liberi di viverlo senza doverlo continuamente anticipare.