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OSSESSIONI E COMPULSIONI

Ossessioni e compulsioni: quando il bisogno di certezza diventa una trappola

"Più cerchiamo di eliminare ogni dubbio, più il dubbio può diventare importante".
Penne, gomme e altri oggetti da scrivania disposti con estrema precisione e simmetria, a evocare il bisogno di ordine e controllo.

A tutti può capitare di avere un pensiero indesiderato, un dubbio che ritorna o il bisogno di controllare qualcosa una seconda volta.

“Avrò chiuso la porta?”

“E se avessi dimenticato qualcosa?”

“E se avessi fatto del male a qualcuno senza accorgermene?”

Nella maggior parte dei casi questi pensieri compaiono e poi passano. In altre situazioni, invece, il dubbio sembra non riuscire più a trovare una conclusione.

La persona controlla, ripensa a ciò che è accaduto, cerca di ricordare ogni particolare, chiede rassicurazioni oppure compie determinate azioni per sentirsi finalmente tranquilla.

Per qualche momento funziona.

Poi arriva un nuovo dubbio.

È proprio questa ricerca di una sicurezza definitiva che può trasformarsi progressivamente in una trappola: più cerchiamo di eliminare ogni possibilità di errore o pericolo, più possiamo diventare sensibili a ciò che non riusciamo a controllare con assoluta certezza.


Quando un pensiero diventa un'ossessione


Le ossessioni sono pensieri, immagini, impulsi o dubbi che si presentano ripetutamente e vengono vissuti come indesiderati e difficili da lasciare andare.

Possono riguardare temi molto diversi.

Una persona può temere di essersi contaminata toccando qualcosa, di aver lasciato acceso un elettrodomestico, di aver commesso un errore o di poter essere responsabile di un incidente.

Altre ossessioni possono riguardare la possibilità di fare del male a qualcuno, perdere il controllo, avere pensieri sessuali o religiosi vissuti come inaccettabili, non essere sufficientemente sicuri dei propri sentimenti oppure aver compiuto qualcosa di moralmente sbagliato.

Ciò che rende particolarmente difficile l'esperienza non è necessariamente il contenuto del pensiero.

È il significato che quel pensiero assume.

Pensare “Potrei fare del male a qualcuno” può essere vissuto semplicemente come uno strano pensiero comparso nella mente oppure diventare una domanda inquietante:

“Se mi è venuto in mente, significa che potrei volerlo davvero?”

Da quel momento il problema non è più soltanto il pensiero. Diventa necessario capire perché sia comparso e soprattutto raggiungere la certezza che non significhi ciò che si teme.


Il dubbio che non si lascia chiudere


Molte ossessioni contengono una domanda apparentemente semplice:

“E se...?”

E se non avessi chiuso bene la porta?

E se mi fossi contaminato?

E se avessi investito qualcuno senza accorgermene?

E se quel pensiero dicesse qualcosa di terribile su di me?

E se non amassi veramente il mio partner?

Il problema è che a domande di questo tipo raramente possiamo rispondere con una certezza assoluta.

Possiamo ricordare di avere chiuso la porta, ma potremmo ricordare male.

Possiamo tornare a controllarla, ma potremmo chiederci se abbiamo controllato con sufficiente attenzione.

Possiamo ricevere una rassicurazione, ma subito dopo pensare:

“E se la persona che mi ha rassicurato non avesse capito bene?”

Quando la risposta richiesta è una certezza totale, quasi ogni risposta può generare una nuova domanda.


Le compulsioni: ciò che facciamo per sentirci finalmente sicuri


Quando il dubbio provoca molta ansia, è naturale cercare qualcosa che permetta di ridurla.

Nascono così le compulsioni.

Alcune sono facilmente riconoscibili: lavarsi ripetutamente le mani, controllare porte ed elettrodomestici, sistemare gli oggetti secondo determinate regole, ripetere gesti o azioni.

Altre sono meno visibili.

La persona può ripercorrere mentalmente una conversazione decine di volte, cercare di ricostruire esattamente ciò che ha fatto, ripetere una frase nella propria mente, verificare continuamente ciò che prova, cercare informazioni su Internet oppure chiedere ad altre persone:

“Secondo te ho fatto qualcosa di sbagliato?”

“Se avessi davvero voluto farlo, me ne sarei accorto, vero?”

“Sei sicuro che non sia successo niente?”

Anche queste possono avere la stessa funzione: ridurre il dubbio e ottenere una sensazione di certezza.


Il sollievo che mantiene il problema


Le compulsioni non sono comportamenti privi di senso.

Se controllare la porta riduce l'ansia, tornare a controllarla appare perfettamente comprensibile.

Se una rassicurazione permette finalmente di tranquillizzarsi, è naturale cercarne un'altra quando il dubbio ritorna.

Il problema è proprio che queste strategie funzionano.

Ma spesso funzionano soltanto per un po'.

Può così instaurarsi un circolo vizioso:

dubbio o pensiero intrusivo → interpretazione minacciosa → ansia → controllo, rituale o rassicurazione → sollievo momentaneo → maggiore importanza attribuita al dubbio → nuovo dubbio.

Ogni volta che la compulsione produce sollievo può rafforzarsi implicitamente una conclusione:

“Se non avessi controllato, avrei corso un rischio.”

Il controllo che avrebbe dovuto risolvere il problema finisce così per confermare la necessità di controllare.


Quando controllare rende meno sicuri


Esiste un paradosso particolarmente evidente nelle compulsioni di controllo.

Immaginiamo una persona che, prima di uscire di casa, controlli se il gas è chiuso.

Guarda la manopola: è chiusa.

Potrebbe uscire.

Ma compare un dubbio:

“Ho guardato veramente bene?”

Controlla nuovamente.

Questa volta cerca di prestare maggiore attenzione. Poi esce dalla cucina e torna indietro.

“E se nel frattempo l'avessi toccata senza accorgermene?”

A questo punto può controllare una quarta volta, magari fotografare la manopola o ripetersi mentalmente: “È chiusa, è chiusa.”

Quello che dovrebbe aumentare la sicurezza può avere l'effetto opposto.

Più volte controlliamo qualcosa che avevamo già verificato, più possiamo imparare a non fidarci della prima verifica.

Il problema diventa quindi non soltanto il gas, ma la progressiva perdita di fiducia nella propria esperienza.


Cercare di non pensare può far pensare ancora di più


Un'altra reazione comprensibile consiste nel tentare di eliminare i pensieri indesiderati.

“Non devo pensare questa cosa.”

“Devo smettere di avere questi pensieri.”

“Perché continuo a pensarci?”

Ma per verificare se un pensiero è scomparso dobbiamo, inevitabilmente, cercarlo.

Se provo a non pensare a qualcosa e continuamente controllo se ci sto ancora pensando, quella cosa rimane al centro della mia attenzione.

Inoltre il tentativo di scacciare un pensiero può attribuirgli un'importanza particolare:

“Se devo assolutamente evitare di pensarlo, deve essere pericoloso.”

La presenza del pensiero diventa così essa stessa qualcosa da controllare.

Il problema non è più soltanto ciò che pensiamo, ma il fatto di non riuscire a garantirci di non pensarlo.


“

Ma se mi viene in mente, significa qualcosa?

”


Questa domanda può diventare particolarmente dolorosa quando le ossessioni riguardano contenuti contrari ai propri valori.

Una persona affettuosa può avere improvvisamente l'immagine di fare del male a qualcuno che ama.

Una persona molto attenta alla propria moralità può essere tormentata dal dubbio di aver agito in modo scorretto.

Un genitore può essere spaventato da un pensiero indesiderato riguardante il proprio figlio.

La reazione può essere:

“Una persona normale non dovrebbe pensare una cosa simile.”

Da qui può iniziare un'indagine interiore.

“Perché l'ho pensato?”

“Che cosa dice questo di me?”

“E se in fondo lo volessi?”

La persona può iniziare a osservare le proprie sensazioni, verificare le proprie reazioni e cercare prove capaci di stabilire definitivamente chi sia.

Ma avere un pensiero non equivale a desiderarlo, approvarlo o avere intenzione di metterlo in pratica.

Quanto più il contenuto viene considerato incompatibile con ciò che la persona sente di essere, tanto più può diventare urgente ottenere la certezza che quel pensiero non significhi nulla.

E proprio questa continua verifica può mantenerlo vivo.


Anche le rassicurazioni possono diventare compulsioni


Le persone vicine spesso cercano comprensibilmente di aiutare.

“Stai tranquillo, hai sicuramente chiuso.”

“Non hai fatto niente di male.”

“Quel pensiero non significa nulla.”

Nell'immediato la rassicurazione può ridurre notevolmente l'ansia.

Ma se diventa indispensabile ogni volta che compare un dubbio, può entrare nello stesso processo delle altre compulsioni.

La persona non impara che può attraversare il dubbio. Impara invece:

“Quando non sono sicuro, ho bisogno che qualcuno mi rassicuri.”

Al dubbio successivo sarà quindi naturale chiedere nuovamente conferma.

E spesso la stessa rassicurazione che ieri era sufficiente oggi non basta più.


Quando la vita comincia a organizzarsi intorno al dubbio


Con il tempo ossessioni e compulsioni possono occupare spazi sempre maggiori.

Una persona può impiegare molto tempo per uscire di casa perché deve controllare ripetutamente tutto.

Può evitare luoghi o oggetti considerati contaminati.

Può rileggere continuamente un'e-mail prima di inviarla per essere certa di non aver commesso errori.

Può evitare di stare da sola con qualcuno per paura dei propri pensieri.

Può chiedere continuamente al partner conferme sui propri sentimenti o sui suoi.

Può rimandare decisioni perché non si sente mai sufficientemente sicura.

La difficoltà non riguarda quindi soltanto il tempo dedicato ai rituali.

Progressivamente può restringersi ciò che la persona si permette di fare senza prima sentirsi completamente sicura.

Ed è proprio questa richiesta di sicurezza preliminare che può rendere sempre più difficile vivere con spontaneità.


Perfezionismo, responsabilità e bisogno di certezza


Non tutte le compulsioni assumono la forma di rituali evidenti.

A volte il problema si manifesta attraverso un bisogno continuo di fare le cose nel modo giusto, evitare qualsiasi errore, prendere la decisione migliore o assicurarsi di non avere trascurato nessuna possibilità.

La persona può apparire semplicemente molto precisa e responsabile.

Ma quando ogni errore viene vissuto come qualcosa che non dovrebbe accadere, anche le decisioni quotidiane possono diventare estenuanti.

Si controlla, si corregge, si ricomincia, si confrontano alternative e si rimanda la conclusione.

Non necessariamente perché manchino informazioni.

A volte ciò che manca è la possibilità di decidere senza poter sapere con certezza che quella sarà la scelta migliore.

Anche qui il tentativo di eliminare ogni margine di errore può diventare la trappola che impedisce di concludere.


Uscire dalla trappola delle ossessioni e delle compulsioni


Affrontare ossessioni e compulsioni non significa convincersi che ciò che temiamo sia impossibile.

Se il cambiamento dipendesse dal raggiungimento della certezza, rimarremmo all'interno dello stesso problema.

È invece importante comprendere che cosa accade quando compare il dubbio e che cosa facciamo per cercare di eliminarlo.

Può essere necessario ridurre progressivamente controlli, rituali e richieste di rassicurazione, affrontando situazioni che fino a quel momento sembravano possibili soltanto dopo aver raggiunto una sufficiente sensazione di sicurezza.

Le tecniche di esposizione possono avere un ruolo importante: non semplicemente per abituarsi all'ansia, ma per permettere alla persona di fare un'esperienza diversa da quella anticipata, senza ricorrere ogni volta alle strategie che fino a quel momento sembravano indispensabili.

Se controllo sempre, non posso scoprire che cosa accade quando non controllo.

Se chiedo sempre rassicurazioni, non posso scoprire che cosa accade quando lascio una domanda senza risposta.

Se aspetto di essere completamente certo prima di decidere, non posso fare esperienza della possibilità di scegliere pur senza avere tutte le garanzie.

Il cambiamento può quindi richiedere qualcosa che inizialmente sembra controintuitivo: non trovare finalmente la risposta capace di eliminare ogni dubbio, ma scoprire che non tutti i dubbi hanno bisogno di essere risolti.

La libertà non consiste nell'avere una mente senza pensieri indesiderati, né nel riuscire a essere sempre certi di ciò che accadrà.

Consiste nel poter continuare a vivere, scegliere e agire anche quando una parte di incertezza rimane.

 

"Controllare, ripetere, cercare rassicurazioni può farci sentire più sicuri per qualche momento. Ma quando ogni dubbio deve trovare una risposta, la ricerca di certezza può diventare essa stessa una trappola. Il cambiamento comincia quando scopriamo che non tutti i dubbi hanno bisogno di essere risolti per poter continuare a vivere, scegliere e agire".
Dr. Roberto Gava
Psicologo psicoterapeuta
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