MENU
Home    >    Ansia e stress    >    Mindfulness: imparare a essere presenti senza dover controllare tutto
ANSIA E STRESS

Training autogeno: imparare a rilassarsi senza forzare il rilassamento

«A volte, più cerchiamo di obbligarci a essere tranquilli, più diventa difficile ritrovare la tranquillità.»
Donna rilassata su una poltrona con gli occhi chiusi durante un esercizio di rilassamento

Quando siamo sottoposti a stress o preoccupazioni, il nostro corpo può rimanere in uno stato di tensione anche quando la situazione che ci ha messo sotto pressione è terminata.

Possiamo avvertire i muscoli contratti, respirare più rapidamente, avere difficoltà ad addormentarci oppure sentirci continuamente in allerta, come se dovessimo essere pronti ad affrontare qualcosa.

In queste situazioni, spesso cerchiamo di rilassarci. Ci concediamo una pausa, proviamo a distrarci oppure ci diciamo che dovremmo smettere di preoccuparci.

Ma non sempre è così semplice.

Il training autogeno è una tecnica di rilassamento che, attraverso una serie di esercizi strutturati, aiuta a sviluppare una maggiore familiarità con le proprie sensazioni corporee e a favorire uno stato di distensione.

Può essere utile nella gestione dello stress e di alcune manifestazioni dell'ansia, ma è importante comprenderne il funzionamento e i limiti.

Soprattutto, occorre ricordare che rilassarsi non significa riuscire a controllare perfettamente ciò che accade nel proprio corpo.


Che cos'è il training autogeno?


Il training autogeno è una tecnica sviluppata dal medico e psichiatra tedesco Johannes Heinrich Schultz nella prima metà del Novecento.

Il termine training indica un allenamento, mentre autogeno si riferisce a un processo che si sviluppa dall'interno della persona.

L'obiettivo è imparare, attraverso la pratica regolare, a favorire uno stato di distensione fisica e mentale senza dover dipendere continuamente dalla guida di un'altra persona.

Il metodo si basa su esercizi di concentrazione passiva, nei quali l'attenzione viene rivolta a determinate sensazioni corporee, accompagnate da formule mentali specifiche.

Non si tratta di contrarre volontariamente i muscoli o di modificare con la forza il proprio stato fisico.

Al contrario, la caratteristica del training autogeno è quella di favorire il rilassamento attraverso un atteggiamento di attenzione tranquilla, senza cercare di produrre intenzionalmente ogni sensazione.

Con l'allenamento, la persona può diventare progressivamente più capace di riconoscere e favorire uno stato di distensione.


Come funziona il training autogeno?


Quando affrontiamo una situazione impegnativa, l'organismo può attivare risposte fisiologiche che ci preparano all'azione.

La frequenza cardiaca può aumentare, la respirazione modificarsi e i muscoli diventare più tesi.

Queste reazioni sono normali e spesso utili.

La difficoltà emerge quando l'attivazione rimane elevata a lungo oppure quando diventa difficile recuperare uno stato di maggiore tranquillità.

Il training autogeno utilizza l'attenzione alle sensazioni corporee e la ripetizione di formule mentali per favorire condizioni compatibili con il rilassamento.

Durante gli esercizi, la persona può sperimentare sensazioni di pesantezza, calore o maggiore regolarità del respiro.

Queste esperienze non devono essere necessariamente intense o identiche per tutti.

Il rilassamento può svilupparsi gradualmente e in modo diverso da una persona all'altra.

L'obiettivo non è ottenere immediatamente una particolare sensazione, ma imparare a creare condizioni nelle quali la distensione possa emergere senza essere forzata.


I sei esercizi fondamentali del training autogeno


Il training autogeno classico comprende sei esercizi fondamentali, generalmente appresi in modo progressivo.


1. L'esercizio della pesantezza

Il primo esercizio consiste nel rivolgere l'attenzione alla sensazione di pesantezza degli arti.

Attraverso formule mentali come «Il mio braccio è pesante», la persona viene invitata a osservare la possibilità di lasciar andare gradualmente la tensione muscolare.

Non deve cercare di rendere realmente più pesante il braccio, ma favorire un atteggiamento di distensione.


2. L'esercizio del calore

Il secondo esercizio riguarda la sensazione di calore negli arti.

È collegato alla percezione delle modificazioni della circolazione periferica che possono accompagnare il rilassamento.

Anche in questo caso non si tratta di produrre volontariamente calore, ma di prestare attenzione alle sensazioni che possono emergere durante la pratica.


3. L'esercizio del cuore

L'attenzione viene rivolta al ritmo cardiaco, cercando di percepirlo con tranquillità.

Lo scopo non è controllare o modificare direttamente il battito, ma sviluppare un rapporto meno teso con questa funzione corporea.

Questo esercizio richiede particolare attenzione nelle persone che tendono a monitorare eccessivamente il proprio cuore o che presentano specifiche condizioni mediche.


4. L'esercizio del respiro

La persona viene invitata a osservare la respirazione, lasciando che segua il proprio ritmo naturale.

Una formula tradizionale è «Il respiro avviene da sé».

È un passaggio importante perché sottolinea uno degli aspetti fondamentali del metodo: non è necessario controllare continuamente il respiro per permettergli di svolgere la propria funzione.


5. L'esercizio del plesso solare

L'attenzione viene orientata verso la regione addominale, attraverso formule che richiamano una sensazione di calore.

L'esercizio è finalizzato a favorire la distensione e una maggiore consapevolezza delle sensazioni viscerali.


6. L'esercizio della fronte fresca

L'ultimo esercizio fondamentale prevede di concentrarsi su una sensazione di freschezza nella zona della fronte.

Completa la sequenza tradizionale del training autogeno e viene generalmente introdotto dopo aver acquisito familiarità con gli esercizi precedenti.

L'apprendimento avviene progressivamente. Non è necessario riuscire a percepire tutte le sensazioni fin dalle prime sedute.


A che cosa può servire il training autogeno?


Il training autogeno può essere utilizzato come strumento complementare per favorire il rilassamento e affrontare alcune difficoltà legate all'attivazione fisica e psicologica.


Stress e tensione quotidiana

Nei periodi caratterizzati da numerosi impegni, responsabilità o preoccupazioni, la pratica può aiutare a ritagliare uno spazio dedicato al recupero.

Può inoltre favorire il riconoscimento delle tensioni corporee che spesso accompagnano lo stress.


Ansia e agitazione

Il training autogeno può contribuire a ridurre alcune manifestazioni dell'attivazione ansiosa.

Non elimina necessariamente le cause dell'ansia, ma può diventare uno strumento utile all'interno di un percorso più ampio.


Difficoltà del sonno

In alcune persone, uno stato persistente di tensione può rendere difficile addormentarsi.

Gli esercizi di rilassamento possono favorire condizioni più adatte al riposo, anche se non rappresentano da soli un trattamento sufficiente per tutte le forme di insonnia.


Tensione muscolare

La pratica può aiutare a riconoscere e ridurre alcune forme di tensione muscolare associate allo stress.

È comunque importante distinguere queste manifestazioni da dolori o disturbi che richiedono una valutazione medica.


Preparazione ad attività impegnative

Il training autogeno può essere utilizzato anche in ambito sportivo o in situazioni nelle quali è importante affrontare una prestazione con un livello di attivazione adeguato.

L'obiettivo non è necessariamente eliminare ogni tensione, ma imparare a gestirla in modo più flessibile.


Quando il tentativo di rilassarsi diventa un problema


C'è un aspetto del training autogeno che merita particolare attenzione.

Quando una persona prova ansia o tensione, è naturale che desideri sentirsi meglio.

Può quindi avvicinarsi agli esercizi con l'aspettativa di riuscire finalmente a controllare le proprie sensazioni.

Ma cosa accade se il rilassamento non arriva?

Immaginiamo una persona che, dopo una giornata particolarmente stressante, decida di praticare il training autogeno.

Si sdraia, chiude gli occhi e inizia gli esercizi.

Dopo qualche minuto, però, si accorge di essere ancora tesa.

«Perché non riesco a rilassarmi? Sto sbagliando qualcosa? Dovrei sentire il braccio più pesante? Come mai il cuore batte ancora così velocemente?»

A quel punto comincia a controllare continuamente il proprio stato fisico per verificare se la tecnica sta funzionando.

Più cerca di assicurarsi di essere rilassata, più presta attenzione ai segnali di tensione.

La pratica rischia così di trasformarsi in una nuova prestazione nella quale bisogna riuscire.

Può instaurarsi un circolo vizioso:

Tensione → bisogno di rilassarsi → controllo delle sensazioni → preoccupazione per la mancata distensione → maggiore tensione.

Il problema non è il training autogeno in sé, ma il modo in cui viene utilizzato.

Una tecnica pensata per favorire il rilassamento può diventare un ulteriore tentativo di controllo, se la persona sente di dover ottenere a tutti i costi un determinato risultato.


Imparare a rilassarsi senza cercare di imporsi la tranquillità


Uno degli aspetti più interessanti del training autogeno è proprio l'atteggiamento richiesto durante gli esercizi.

La persona non deve sforzarsi di produrre pesantezza, calore o tranquillità.

È invitata piuttosto a orientare l'attenzione e a lasciare che le sensazioni si sviluppino spontaneamente, per quanto possibile.

Questo atteggiamento può essere particolarmente significativo per chi tende ad affrontare ogni difficoltà aumentando il controllo.

Nella vita quotidiana siamo abituati a ottenere molti risultati attraverso l'impegno.

Se dobbiamo imparare qualcosa, possiamo esercitarci. Se dobbiamo completare un lavoro, possiamo dedicarvi più tempo.

Ma non tutte le esperienze rispondono allo stesso principio.

Non possiamo obbligarci ad addormentarci, provare desiderio o sentirci tranquilli semplicemente aumentando lo sforzo.

A volte, proprio il tentativo di ottenere volontariamente queste esperienze contribuisce a ostacolarle.

Il training autogeno può diventare anche un'occasione per sperimentare che non tutto ciò che accade dentro di noi deve essere continuamente controllato.

Naturalmente, questo non significa che sia sufficiente smettere di controllare per risolvere qualsiasi difficoltà psicologica.

Significa riconoscere che, in alcune situazioni, un atteggiamento meno orientato alla prestazione può aprire possibilità diverse.


Training autogeno e mindfulness: quali differenze?


Il training autogeno e la mindfulness presentano alcuni elementi in comune.

Entrambi prevedono pratiche strutturate, attenzione all'esperienza presente e un atteggiamento che non richiede di modificare continuamente ciò che si osserva.

Tuttavia, non sono la stessa cosa.

Il training autogeno è una tecnica specificamente sviluppata per favorire uno stato di distensione attraverso esercizi e formule mentali.

La mindfulness si concentra soprattutto sullo sviluppo della consapevolezza dell'esperienza presente, compresi pensieri, emozioni e sensazioni, senza che il rilassamento debba necessariamente essere raggiunto.

Una persona può praticare mindfulness anche mentre prova ansia, tristezza o tensione.

Nel training autogeno, invece, la distensione rappresenta un obiettivo caratteristico della pratica, pur non dovendo essere ricercata attraverso uno sforzo volontario.

Le due pratiche possono essere complementari, ma non sono intercambiabili e la loro utilità dipende dalle caratteristiche della persona e dagli obiettivi dell'intervento.


Training autogeno e psicoterapia: quale rapporto?


Il training autogeno può essere utilizzato all'interno di un percorso psicologico o psicoterapeutico, ma non coincide con la psicoterapia.

Può aiutare una persona a riconoscere la tensione, favorire il recupero e acquisire maggiore familiarità con le proprie sensazioni corporee.

Tuttavia, ridurre temporaneamente la tensione non significa necessariamente aver risolto il problema che la produce o la mantiene.

Immaginiamo una persona che viva ogni impegno lavorativo con il timore di commettere errori.

Il training autogeno potrebbe aiutarla a rilassarsi dopo una giornata particolarmente faticosa.

Ma se continua a considerare ogni errore come una dimostrazione della propria incapacità, è probabile che il lavoro rimanga una fonte costante di pressione.

In questo caso, può essere importante comprendere perché sbagliare assume un significato così minaccioso e come la persona cerca di proteggersi da questa possibilità.

Il percorso psicoterapeutico può quindi integrare le tecniche di rilassamento con un lavoro più ampio sulle aspettative, sui comportamenti abituali e sulle esperienze che contribuiscono a mantenere la difficoltà.

Non è sufficiente chiedersi se una tecnica funziona: è importante comprendere a che cosa serve, come viene utilizzata e quale ruolo assume nella vita della persona.


Il training autogeno è adatto a tutti?


Il training autogeno è generalmente considerato una tecnica a basso rischio quando viene utilizzato in modo appropriato, ma non è necessariamente indicato per tutti.

Concentrarsi sulle sensazioni corporee può risultare difficile per alcune persone, soprattutto quando l'attenzione al corpo è già associata a paura o preoccupazione.

Chi teme particolarmente le palpitazioni, per esempio, potrebbe vivere l'esercizio del cuore come un'occasione di ulteriore controllo.

In altre situazioni, la concentrazione sulle sensazioni interne può provocare disagio, aumentare l'ansia o risultare poco tollerabile.

In presenza di particolari condizioni mediche o psicologiche, è opportuno valutare con un professionista se e come utilizzare la tecnica.

Gli esercizi possono essere adattati, introdotti gradualmente oppure sostituiti con strumenti più appropriati.

È inoltre importante non utilizzare il training autogeno come alternativa a cure mediche o psicoterapeutiche necessarie.


Come si impara il training autogeno?


Il metodo richiede un apprendimento progressivo e una pratica regolare.

Generalmente si inizia dagli esercizi più semplici, per poi introdurre quelli successivi quando la persona ha acquisito una sufficiente familiarità con la procedura.

La pratica può svolgersi in posizione seduta o distesa, in un ambiente tranquillo e con un abbigliamento comodo.

La durata e la frequenza degli esercizi possono variare in relazione al programma seguito e alle caratteristiche individuali.

Durante l'apprendimento è utile essere accompagnati da un professionista adeguatamente formato, soprattutto quando la tecnica viene utilizzata per affrontare difficoltà psicologiche specifiche.

Non è necessario ottenere risultati immediati.

Come in ogni apprendimento, anche nel training autogeno possono esserci giornate nelle quali la pratica risulta più semplice e altre nelle quali emergono maggiori difficoltà.

L'importante è non trasformare queste differenze in un giudizio sulle proprie capacità.


Il rilassamento come possibilità, non come obbligo


Nella vita quotidiana siamo spesso chiamati a impegnarci, decidere, affrontare problemi e raggiungere obiettivi.

Può quindi sembrare naturale utilizzare lo stesso atteggiamento anche quando desideriamo rilassarci.

Cerchiamo di controllare il respiro, eliminare i pensieri, ridurre la tensione e verificare continuamente se stiamo diventando più tranquilli.

Ma il rilassamento non sempre arriva quando cerchiamo di imporcelo.

Il training autogeno propone una possibilità diversa: allenarsi a riconoscere le proprie sensazioni e a favorire condizioni di distensione, senza trasformare ogni esercizio in una prova da superare.

Può essere uno strumento utile per affrontare lo stress e alcune manifestazioni dell'ansia, soprattutto quando viene inserito in una comprensione più ampia delle difficoltà personali.

Imparare a rilassarsi non significa diventare capaci di eliminare ogni tensione, ma anche scoprire che possiamo vivere le nostre sensazioni senza doverle continuamente sorvegliare o modificare.

«Siamo abituati a pensare che, per ottenere un risultato, dobbiamo impegnarci di più. Ma alcune esperienze non possono essere raggiunte attraverso uno sforzo crescente. Più cerchiamo di obbligarci a dormire, a essere tranquilli o a rilassarci, più rischiamo di allontanarci da ciò che desideriamo. Il training autogeno può insegnarci anche questo: creare le condizioni perché qualcosa accada, senza pretendere di controllare ogni passaggio. A volte il cambiamento comincia proprio quando smettiamo di trasformare tutto in una prestazione.»
Dr. Roberto Gava
Psicologo psicoterapeuta
P.IVA 04393730280
+39 348 438 5118
robertogava.psicologo@gmail.com
Via Domenico Turazza, 48/O - 35128 Padova