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PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

Tecniche di esposizione: affrontare gradualmente ciò che fa paura

“Affrontare ciò che temiamo apre possibilità che l'evitamento aveva escluso”
Uomo che avanza gradualmente lungo un percorso, immagine simbolica delle tecniche di esposizione

Quando qualcosa ci spaventa, la reazione più naturale è cercare di evitarlo.

Se abbiamo paura dell'altezza, ci teniamo lontani dai luoghi elevati. Se temiamo il giudizio degli altri, possiamo evitare di parlare in pubblico. Se alcune sensazioni corporee ci fanno temere un attacco di panico, cerchiamo di non fare ciò che potrebbe provocarle.

Evitare produce spesso un risultato immediato: la paura diminuisce.

Proprio questo sollievo, però, può contribuire a mantenere il problema. Ogni volta che ci allontaniamo da ciò che temiamo perdiamo anche la possibilità di scoprire che cosa sarebbe accaduto se fossimo rimasti nella situazione.

Le tecniche di esposizione partono da questo principio. Consistono nell'avvicinarsi, in modo concordato e generalmente progressivo, alle situazioni, agli oggetti, alle sensazioni o alle esperienze che suscitano paura, invece di continuare a evitarli.

Ma esporsi non significa semplicemente “affrontare la paura finché passa”. Il punto più importante è creare la possibilità di fare un'esperienza diversa da quella anticipata.


Perché tendiamo a evitare ciò che ci fa paura


Immaginiamo una persona che abbia paura dei cani.

Mentre cammina vede un cane in lontananza. Immediatamente anticipa che potrebbe avvicinarsi, saltarle addosso o morderla.

Decide quindi di cambiare strada.

Appena si allontana, l'ansia diminuisce.

Quell'esperienza può rafforzare una conclusione:

“Per fortuna ho cambiato strada.”

La volta successiva sarà ancora più naturale evitare il cane.

Può così instaurarsi un circolo vizioso:

paura → evitamento → sollievo → conferma della necessità di evitare → nuova paura → nuovo evitamento.

L'evitamento non dimostra che ciò che temevamo sarebbe realmente accaduto. Ma può impedirci di scoprirlo.

Con il tempo la persona può diventare sempre più convinta di non essere in grado di affrontare quella situazione.


Che cos'è l'esposizione


L'esposizione consiste nell'entrare intenzionalmente in contatto con ciò che viene temuto, creando condizioni nelle quali sia possibile mettere alla prova le proprie anticipazioni.

Può riguardare situazioni molto diverse.

Una persona con ansia sociale può iniziare a esprimere un'opinione durante una conversazione. Chi teme gli ascensori può cominciare a utilizzarli per brevi tragitti. Chi ha paura dei cani può progressivamente avvicinarsi a un animale tranquillo.

L'esposizione può riguardare anche le sensazioni corporee.

Una persona che teme l'aumento del battito cardiaco perché lo associa al panico può, quando appropriato e dopo aver escluso eventuali controindicazioni, sperimentare intenzionalmente alcune sensazioni che normalmente cerca di evitare.

In altri casi il lavoro può avvenire attraverso l'immaginazione, soprattutto quando ciò che viene temuto non può essere facilmente riprodotto nella situazione terapeutica.

Non esiste quindi un unico modo di esporsi.

Ciò che conta è comprendere che cosa la persona teme e costruire esperienze che permettano di esplorare proprio quelle anticipazioni.


Non significa essere gettati nella situazione che fa più paura


Una delle idee che possono rendere difficile accettare un lavoro di esposizione è immaginare di essere costretti ad affrontare immediatamente la situazione peggiore.

Non è necessariamente così.

L'esposizione può essere costruita gradualmente, partendo da situazioni che suscitano un livello di difficoltà affrontabile e procedendo verso quelle più impegnative.

Una persona che teme fortemente i cani, per esempio, potrebbe non iniziare avvicinandosi immediatamente a un cane di grossa taglia. Il percorso può essere organizzato attraverso passaggi successivi, scelti in base alle caratteristiche della sua paura.

La gradualità, però, non significa cercare di eliminare completamente l'ansia prima di procedere.

Se aspettassimo di sentirci totalmente sicuri prima di affrontare qualcosa, potremmo continuare ad aspettare proprio quella sicurezza che il lavoro dovrebbe permetterci di mettere alla prova.

L'obiettivo è trovare un livello di difficoltà sufficientemente impegnativo da permettere una nuova esperienza, ma non tale da trasformare l'esposizione in qualcosa di ingestibile.


La gerarchia delle situazioni temute


Per organizzare il lavoro può essere utile costruire una gerarchia di esposizione.

Si individuano diverse situazioni collegate alla paura e si valuta quanto ciascuna di esse sia difficile da affrontare.

Per esempio, per una persona con ansia sociale alcune situazioni potrebbero essere:

  • salutare una persona poco conosciuta;
  • fare una domanda;
  • telefonare per chiedere un'informazione;
  • esprimere un'opinione davanti ad altre persone;
  • iniziare una conversazione;
  • parlare davanti a un gruppo.
  • Le situazioni possono essere ordinate in base al livello di disagio previsto, utilizzando anche una scala soggettiva dell'ansia.

La gerarchia non deve però diventare una scala rigida da percorrere meccanicamente.

È una mappa provvisoria, che può essere modificata sulla base di ciò che emerge durante il lavoro.

A volte una situazione che sembrava molto difficile si rivela più affrontabile del previsto. Altre volte accade il contrario. Ciò che viene sperimentato permette quindi di rivedere continuamente la mappa iniziale.


Esporsi non significa semplicemente aspettare che l'ansia diminuisca


In passato l'esposizione veniva spesso spiegata soprattutto attraverso il concetto di abituazione: rimanendo abbastanza a lungo nella situazione temuta, l'ansia dovrebbe progressivamente diminuire.

L'abituazione può verificarsi, ma non è l'unico modo di comprendere ciò che accade durante un'esposizione.

L'ansia può diminuire molto, poco oppure oscillare. E una buona esperienza di esposizione non deve necessariamente concludersi con la persona completamente tranquilla.

Può essere più importante chiedersi:

“Che cosa pensavo sarebbe successo?”

“Che cosa è accaduto?”

“Che cosa ho scoperto che prima non consideravo possibile?”

Una persona può terminare un'esposizione ancora un po' ansiosa e aver comunque fatto un'esperienza molto significativa.

Il successo non consiste necessariamente nell'aver fatto scomparire la paura, ma nell'aver potuto fare qualcosa che prima sembrava impossibile o troppo pericoloso.


Mettere alla prova ciò che anticipiamo


Immaginiamo una persona con ansia sociale che debba intervenire durante una riunione.

La sua anticipazione potrebbe essere:

“Se mi impappino, tutti penseranno che sono incompetente.”

Limitarsi a dirle “Non è vero, nessuno penserà questo” potrebbe avere un effetto limitato.

Attraverso l'esposizione può invece provare a intervenire e osservare che cosa accade.

Potrebbe scoprire che non si impappina affatto. Oppure potrebbe impappinarsi e accorgersi che gli altri continuano normalmente la conversazione. Potrebbe anche notare una reazione che non le piace e scoprire, però, di riuscire ad affrontarla.

L'esperienza non deve quindi dimostrare che “andrà sicuramente tutto bene”.

Serve piuttosto ad ampliare ciò che la persona considera possibile.

La previsione iniziale può trasformarsi da:

“Se succede, sarà insopportabile”

a:

“Può succedere, ma potrei affrontarlo in modi che prima non riuscivo a immaginare.”


Il ruolo dei comportamenti di sicurezza


Durante un'esposizione è importante osservare anche come la persona affronta la situazione.

Immaginiamo qualcuno che abbia paura di svenire in un luogo affollato. Decide di rimanere nel negozio, ma soltanto vicino all'uscita, tenendo una bottiglia d'acqua in mano, controllando continuamente il proprio corpo e assicurandosi che qualcuno possa intervenire immediatamente.

Formalmente non ha evitato la situazione.

Ma potrebbe concludere:

“Non sono svenuto perché sono rimasto vicino all'uscita e avevo tutto sotto controllo.”

In questo modo l'esperienza rischia di confermare la necessità delle precauzioni anziché aprire una possibilità nuova.

Per questo, durante il lavoro, alcuni comportamenti di sicurezza possono essere gradualmente ridotti, quando è appropriato farlo.

Non perché ogni precauzione sia sbagliata, ma perché è importante capire quali comportamenti siano realmente utili e quali siano diventati condizioni senza le quali la persona sente di non poter affrontare la situazione.


Esporsi alle sensazioni del corpo


Nel disturbo di panico e in alcune altre forme d'ansia, ciò che viene temuto può essere il corpo stesso.

L'aumento del battito, il respiro affannoso, una sensazione di vertigine o di instabilità possono essere interpretati come segnali dell'arrivo di qualcosa di pericoloso.

In questi casi può essere utilizzata l'esposizione interocettiva, che consiste nel provocare intenzionalmente e in condizioni appropriate alcune delle sensazioni temute.

Lo scopo non è dimostrare semplicemente che “non succede niente”.

È permettere alla persona di fare esperienza di quelle sensazioni senza doverle immediatamente interrompere, controllare o interpretare come l'inizio inevitabile di una catastrofe.

Anche qui il cambiamento passa attraverso l'esperienza.

Una sensazione che prima significava “sta iniziando un attacco” può progressivamente essere vissuta in modi differenti.


Esposizione in immaginazione


Non tutto ciò che provoca paura può essere riprodotto facilmente.

A volte l'esposizione può quindi avvenire attraverso l'immaginazione.

Questo non significa necessariamente chiudere gli occhi e visualizzare una scena seguendo una procedura rigida. Può significare anche costruire insieme una situazione, raccontarla, anticiparne gli sviluppi, esplorare ciò che la persona teme potrebbe accadere e sperimentare modi diversi di attraversarla.

L'immaginazione permette di avvicinarsi a esperienze che sarebbero difficili, impossibili o inopportune da ricreare direttamente.

Anche in questo caso, però, lo scopo non è semplicemente “pensare alla paura”, ma entrare sufficientemente nell'esperienza da poter osservare ciò che accade e aprire nuove possibilità.


L'esposizione non è una prova di coraggio


Affrontare ciò che si teme non dovrebbe trasformarsi in una sfida contro se stessi.

Non si tratta di dimostrare di essere forti, né di resistere il più possibile all'ansia.

Una persona può infatti affrontare una situazione molto difficile e uscirne pensando:

“Sono sopravvissuto per miracolo.”

In quel caso l'esposizione potrebbe persino confermare la pericolosità attribuita alla situazione.

Per questo è importante non considerare soltanto se la persona ha affrontato ciò che temeva, ma anche che esperienza ne ha fatto e quale significato ha attribuito a ciò che è accaduto.

Due persone possono compiere esattamente la stessa azione e ricavarne esperienze completamente diverse.


Dall'evitamento a nuove possibilità


Le tecniche di esposizione non hanno come obiettivo costruire una persona che non provi più paura.

La paura può comparire ancora.

Ciò che può cambiare è il rapporto con essa.

Una situazione che prima richiedeva necessariamente la fuga può diventare affrontabile. Una sensazione che sembrava intollerabile può essere attraversata. Una possibilità temuta può smettere di essere considerata l'unico esito possibile.

Il cambiamento può allora essere osservato non soltanto attraverso la domanda:

“Quanta ansia provo?”

ma anche:

“Che cosa posso fare oggi che prima la paura mi impediva di fare?”

In questo senso, esporsi non significa semplicemente avvicinarsi a qualcosa che fa paura.

Significa recuperare possibilità di esperienza e di scelta che l'evitamento aveva progressivamente escluso.

E, passo dopo passo, ciò che prima sembrava possibile soltanto senza paura può diventare possibile anche in presenza della paura.

 

"Esporsi non significa imparare a non avere più paura, ma concedersi la possibilità di fare un'esperienza diversa da quella anticipata. Ciò che sembrava impossibile da affrontare può diventare possibile, e la paura può smettere progressivamente di decidere ciò che possiamo o non possiamo fare".
Dr. Roberto Gava
Psicologo psicoterapeuta
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