Il termine dismorfismo corporeo viene dal greco e richiama il concetto di deformità. In passato si è parlato soprattutto di dismorfofobia per descrivere la preoccupazione intensa e persistente di avere uno o più difetti nell'aspetto fisico, spesso poco visibili agli altri o addirittura inesistenti.
Oggi si parla più propriamente di disturbo da dismorfismo corporeo. La caratteristica centrale non è semplicemente essere insoddisfatti del proprio aspetto, ma vivere una preoccupazione così intensa per una presunta imperfezione da arrivare a dedicare ad essa una parte considerevole della propria attenzione e del proprio tempo.
È normale avere delle parti del proprio corpo che piacciono meno o desiderare di migliorare il proprio aspetto. Nel dismorfismo corporeo, però, l'attenzione può diventare progressivamente selettiva e difficile da interrompere.
La persona può concentrarsi sul naso, sulla pelle, sui capelli, sui denti, sulla forma del viso, sul peso o su qualunque altra caratteristica fisica. Anche un'imperfezione reale e minima può diventare il centro di una preoccupazione sproporzionata.
Il problema, quindi, non dipende necessariamente dalla presenza o dall'assenza di un difetto. Una caratteristica fisica che per gli altri è poco significativa può assumere per la persona un'importanza enorme.
Quando qualcosa del proprio aspetto diventa fonte di preoccupazione, è naturale cercare di capire se il difetto sia davvero presente e quanto sia evidente.
La persona può quindi iniziare a controllarsi frequentemente allo specchio, osservare il proprio aspetto da diverse angolazioni, toccare ripetutamente la parte che non gradisce, confrontarsi con altre persone o chiedere rassicurazioni a familiari e conoscenti.
Possono comparire anche comportamenti finalizzati a modificare o nascondere il presunto difetto: truccarsi in modo ripetuto, sistemare continuamente i capelli, scegliere determinati vestiti, utilizzare cappelli o altri accorgimenti per coprire alcune parti del corpo, curare in maniera eccessiva la pelle oppure sottoporsi a diete o esercizio fisico in modo rigido.
Questi comportamenti possono sembrare tentativi di risolvere il problema, ma spesso finiscono per mantenerlo.
Il meccanismo può svilupparsi in modo progressivo:
preoccupazione → controllo o rassicurazione → sollievo momentaneo → nuova attenzione al difetto → nuova preoccupazione → nuovo controllo
Guardarsi allo specchio, chiedere a qualcuno se il proprio naso sia davvero così evidente oppure cercare continuamente una soluzione può dare un sollievo immediato.
Il problema è che quel sollievo può rafforzare l'idea che sia necessario controllare ancora.
Così la persona può ritrovarsi a pensare sempre più spesso al proprio aspetto proprio perché cerca continuamente di smettere di pensarci.
Un altro comportamento frequente è il confronto.
La persona può confrontare il proprio viso, il proprio corpo o una determinata caratteristica con quella degli altri, con fotografie viste sui social network o con immagini considerate come modello di bellezza.
Il confronto, però, raramente produce una risposta definitiva. Ogni nuova osservazione può infatti generare un altro dubbio:
È davvero così evidente? Gli altri lo notano? Sono meno attraente degli altri? Se cambiassi questa caratteristica starei meglio?
In questo modo l'attenzione torna nuovamente sul corpo.
Con il tempo, la preoccupazione può occupare uno spazio sempre maggiore.
La persona può iniziare a scegliere dove andare, come vestirsi, quando uscire e con chi stare sulla base di quanto si sente a proprio agio con il proprio aspetto.
La vergogna e il timore del giudizio possono portare a evitare fotografie, incontri, situazioni sociali, attività lavorative o scolastiche e occasioni nelle quali si teme di essere osservati.
L'evitamento può offrire un sollievo immediato, ma ha un costo importante: impedisce alla persona di verificare se ciò che teme corrisponda realmente a ciò che accade nelle relazioni con gli altri.
Inoltre, più si evitano determinate situazioni, più queste possono diventare difficili da affrontare.
Il dismorfismo corporeo viene talvolta frainteso come un'eccessiva attenzione alla propria bellezza.
In realtà, il problema non è il desiderio di essere attraenti o di prendersi cura del proprio aspetto. È il modo in cui la preoccupazione per il corpo finisce per condizionare la vita della persona.
La sofferenza può diventare particolarmente intensa quando il proprio valore personale viene collegato quasi completamente all'aspetto fisico:
“Se questa parte di me non va bene, allora anche io non vado bene.”
In questo modo una caratteristica del corpo può arrivare a rappresentare qualcosa di molto più ampio: il proprio valore, la possibilità di essere accettati, la paura di essere giudicati o il timore di non essere abbastanza.
Quando la persona è convinta che il proprio disagio dipenda esclusivamente da una caratteristica fisica, può pensare che la soluzione sia modificarla.
Può quindi ricorrere a prodotti cosmetici, trattamenti estetici, diete, esercizio fisico o, nei casi più estremi, a interventi di chirurgia estetica.
Anche quando una modifica concreta viene effettuata, tuttavia, la preoccupazione può non scomparire. L'attenzione può spostarsi su un'altra caratteristica oppure continuare a concentrarsi sulla stessa.
Questo è un aspetto importante: se il problema non riguarda soltanto ciò che la persona vede, ma il significato che attribuisce a ciò che vede e il modo in cui cerca continuamente di controllarlo, modificare il corpo potrebbe non essere sufficiente.
Affrontare il dismorfismo corporeo non significa semplicemente convincersi di essere belli o imparare a ignorare il proprio aspetto.
È più utile comprendere che cosa accade quando compare la preoccupazione, quali pensieri la alimentano e quali comportamenti vengono messi in atto per cercare di ridurla.
Controllarsi allo specchio, chiedere rassicurazioni, confrontarsi con gli altri, cercare continuamente soluzioni o evitare determinate situazioni possono infatti diventare parte dello stesso meccanismo che mantiene il problema.
Il lavoro psicologico può aiutare la persona a comprendere questo meccanismo e a costruire un rapporto diverso con il proprio corpo, con il proprio aspetto e con il giudizio degli altri.
L'obiettivo non è necessariamente arrivare a piacersi sempre o a non avere più alcuna insicurezza. È soprattutto fare in modo che l'aspetto fisico non diventi il criterio attraverso cui decidere quanto si vale, quanto si è accettabili e che cosa si può o non si può fare nella propria vita.
È opportuno prendere in considerazione un aiuto psicologico quando la preoccupazione per il proprio aspetto occupa molto tempo, provoca una sofferenza significativa oppure porta a controlli, rassicurazioni, camuffamenti o evitamenti che interferiscono con la vita quotidiana.
Chiedere aiuto non significa riconoscere di essere vani o superficiali. Significa accorgersi che il rapporto con il proprio corpo sta diventando una fonte di sofferenza e che i tentativi utilizzati finora per stare meglio non stanno più funzionando.